COME EGITTO ED ISRAELE STANNO ANNIENTANDO LA PALESTINA

La questione israelo-palestinese è tornata, in modo tragico, al centro del dibattito internazionale. Dal 10 al 20 Maggio, la guerra tra il governo fondamentalista di Bibi Netanyahu in Israele e Hamas – il movimento fondamentalista che governa la Striscia di Gaza – ha causato la morte di 256 palestinesi (di cui 66 bambini) e 13 israeliani, oltre mille feriti e 156 edifici rasi al suolo[1]. Dal 21 Maggio è in vigore il cessate il fuoco, siglato grazie alla mediazione del regime del Cairo, che ha raggiunto un compromesso sulla persecuzione della Fratellanza Musulmana, che è il motivo per cui in Egitto è stato fatto un colpo di Stato[2].

Ciò non di meno, nessuno può sapere se reggerà e quanto a lungo la hudna[3], visto che i motivi dell’insurrezione palestinese e della violenta reazione israeliana non sono stati né risolti, ma nemmeno affrontati. Primo fra tutti il problema della definizione e dell’assegnazione del territorio[4]. Ancora una volta l’odio ha avuto la meglio sulla ragione. Ancora una volta bisogna contare le vittime tra i civili, numerosi i bambini, e le infrastrutture distrutte: il 10 maggio (un giorno particolare, simbolico, in cui Israele celebra la “Giornata di Gerusalemme” per ricordarne l’annessione dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967[5]), durante il Ramadan (il mese sacro dei musulmani), le autorità israeliane hanno deciso di istituire nuovi posti di blocco all’ingresso della porta di Damasco, la principale entrata della parte vecchia di Gerusalemme, che hanno impedito a migliaia di palestinesi di raggiungere la moschea di Al Aqsa e praticare il loro culto[6].

Il risultato: scontri violenti tra la polizia israeliana e i palestinesi nelle vicinanze della moschea di Al Aqsa; nei pressi della moschea, nel quartiere di Sheikh Jarrah, manifestazioni di protesta contro il governo israeliano che ha annunciato l’espulsione di alcune famiglie palestinesi che risiedono in quell’area a favore di coloni ebrei. Agenti della sicurezza israeliana sono entrati nella moschea di Al Aqsa e hanno lanciato granate stordenti contro i palestinesi. Un attacco in uno dei luoghi sacri della religione islamica e durante il mese del Ramadan. Di qui il lancio di razzi da parte di Hamas, dalla Striscia di Gaza, a Gerusalemme, nella zona occidentale del Negev e la reazione immediata di Israele al lancio di razzi del movimento islamico[7].

Negli ultimi anni la Spianata delle Moschee è divenuta teatro di incursioni da parte dei gruppi fondamentalisti israeliani. Essi hanno invocato la distruzione della moschea di Al Aqsa e della Cupola delle Roccia. Per i rappresentanti dell’Islamic Endowment, i custodi della moschea, fondazione religiosa sostenuta dalla Giordania (nazione guardiana dei luoghi santi), i fondamentalisti israeliani vogliono che il luogo santo venga posto sotto l’autorità del Dicastero per le Antichità e spogliato così dei suoi significati religiosi[8].

Il 27 maggio il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha avviato una commissione d’ inchiesta sulle violenze attuate nei territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme Est, e in Israele a partire dal mese di aprile[9]. L’ex presidente cileno Michelle Bachelet, alta commissaria per i diritti umani, ha dichiarato che gli attacchi dell’esercito israeliano sulla Striscia di Gaza potrebbero rappresentare un crimine di guerra “se risultasse che i civili sono stati colpiti in modo indiscriminato”.[10] Tutte prese di posizione che fingono di non vedere la grande novità dello scacchiere mediorientale: da quando l’esercito egiziano, guidato dal presidente Al-Sisi, ha rovesciato il governo democratico del Cairo, che alle elezioni aveva premiato la Fratellanza Islamica (che è anche dietro il finanziamento di Hamas[11]), il partito di maggioranza relativa israeliano, il Likud di Bibi Netanyahu, è diventato uno dei più fedeli alleati del regime egiziano, e la causa del popolo palestinese è divenuta oggetto di scambio tra i nuovi amici[12].

Un’economia sotto assedio

Bambini palestinesi affamati che chiedono l’elemosina ai lati delle strade[13]

Uno scambio facile, perché la Palestina è una terra completamente circondata da Israele e senza una propria economia autosufficiente. Ogni qualvolta gli abitanti riescono a far crescere una produzione di possibile interesse internazionale, Israele espropria militarmente (come ha fatto con gli ulivi millenari della Cisgiordania[14] e della Galilea che, espropriati, sono la fonte di uno degli olii migliori d’Europa, prodotto dal latifondista israeliano Meschek Achiya[15]), oppure la incendia e rapina per mano dei coloni ebrei[16], o arriva persino al punto di cancellarla con i propri cacciabombardieri[17]. Oppure con i pesticidi[18]. L’esercito ebraico, con i lanciafiamme o grazie alle compagnie aeree (Chim-Nir e Telem Aviation) sparge pesticidi oltre il confine che bruciano foglie e radici delle piante degli agricoltori palestinesi[19].

Il 60% della Cisgiordania è sotto il controllo del Governo di Israele, ed anche nelle terre che, secondo gli accordi internazionali, spettano ai palestinesi, l’accesso da parte dei cittadini è complicato dai posti di blocco dell’esercito. Sicché la Palestina, più che un’unica nazione, è un sistema diviso (fisicamente, economicamente e politicamente) in tre zone: la Cisgiordania, Gerusalemme Est e la Striscia di Gaza. La Cisgiordania, a sua volta, è divisa in ulteriori tre aree (chiamate A, B e C), in modo da rendere la mobilità il più difficile possibile ed il controllo militare israeliano totale[20].

Le cose peggiorano costantemente. Secondo la Banca mondiale, dopo tre anni consecutivi di crescita economica al di sotto del 2%, il 2020 si è rivelato un anno ancora più difficile poiché l’economia palestinese ha dovuto affrontare il Covid-19, un grave rallentamento economico dovuto alla diminuzione della richiesta sui mercati di esportazione tradizionali, uno stallo nelle trattative tra l’Autorità nazionale palestinese ed il Governo di Israele (che ha sospeso il trasferimento dei fondi compensazione) ed una forte riduzione degli aiuti esteri[21].

Il 1° dicembre 2020 il premier palestinese Mohammad Shtayyeh e il rappresentante dell’Unione europea in Palestina, Sven Kühn von Burgsdorff, hanno presentato una piattaforma di investimenti al fine di facilitare l’ingresso di finanziamenti esteri, al fine di sostenere comparti vitali come l’agricoltura, i trasporti, le comunicazioni, le energie rinnovabili, le risorse idriche e le tecnologie digitali: ben 100 milioni di dollari giunti da una sovvenzione europea e altri 410 sotto forma di prestiti bancari e garanzie[22], che arrivano sei mesi dopo i 41 milioni di dollari donati dall’Unione Europea per permettere all’Autorità nazionale palestinese di pagare gli stipendi della pubblica amministrazione[23].

Non ci sono alternative: l’economia della Palestina è un circuito chiuso in cui Israele ed Hamas fanno in modo che non possano voler entrare i grandi gruppi industriali e i grandi istituti di credito. L’apartheid è presente nella routine di ogni giorno e anche nel comparto finanziario[24]. La realizzazione dei 465 km del muro di sicurezza (2002) che segue, con immense deviazioni illegittime a favore di Israele, la linea di confine del 1967, causano considerevoli limitazioni alla possibilità di movimento della popolazione palestinese, con pesanti ricadute economiche e sociali[25].

Scene quotidiane dell’Apartheid idrico imposto da Israele alla Palestina[26]

L’ Autorità nazionale palestinese attraversa da molti anni una crisi budgetaria importante, che si accentua a causa della riduzione delle donazioni internazionali (dato che Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, da amici, sono divenuti nemici) e della politica di Israele, ma anche a causa del fatto che Hamas abbia un grosso guadagno politico dal tenere alta la tensione, visto che questo partito si regge sulla rabbia e la disperazione del popolo palestinese ma, anche a causa della propria corruzione interna, non è mai stato capace di gestire la pace e di fare scelte economiche e sociali oculate[27]. La destra israeliana ringrazia e raddoppia le vessazioni. Un semplice dato: i pozzi per il rifornimento di acqua sono stati confiscati dal lato israeliano della barriera. La popolazione palestinese non ha più accesso all’acqua, ed ora sono in pericolo le colture[28].

Il Protocollo di Parigi (1994) ha dato all’Autorità nazionale palestinese il controllo formale sulle entrate fiscali e sulla circolazione di beni agricoli e industriali, ma in questo modo ha formalizzato un’iniqua unione doganale: il Governo di Israele, in violazione del Protocollo, ha imposto limitazioni alla circolazione dei beni tra Israele e i Territori (i prodotti possono circolare da Israele verso i Territori, ma non viceversa) ed ha volutamente accentuato i tempi e i costi di trasporto dei beni da un’area all’altra della Cisgiordania[29].

Il 75% del commercio palestinese dipende da Israele per le importazioni e per l’80% per le esportazioni, ed ogni tentativo di crescita viene strozzato sul nascere: tra il 2016 e il 2018 Israele ha approvato solo il 3% delle licenze edilizie nell’ Area C della Cisgiordania[30]. Il blocco economico della Striscia di Gaza, iniziato nel 2007 con la vittoria elettorale di Hamas, ha colpito il controllo sui confini, sulle risorse e sul sistema dei permessi nella gran parte dei terreni agricoli palestinesi – oramai nelle mani del Governo d’Israele.[31]

L’industriosità del popolo palestinese

Una delle decine di piccole aziende tessili gestita da donne palestinesi[32]

Il 90% del PIL palestinese viene realizzato da piccole e medie aziende – mancano del tutto le premesse per lo sviluppo di aziende di taglia maggiore. I motivi sono molti. Per esempio, nei Territori occupati circolano tre monete, quella israeliana, il dinaro giordano e il dollaro americano. L’Autorità nazionale palestinese non dispone né di una banca centrale, né di una valuta propria. Le angherie dell’esercito e dei coloni israeliani rendono difficile ogni singolo giorno di lavoro. Ine Eriksen Soreide, ministro degli Esteri norvegese e presidente di AHLC Palestina, ripete che “l’economia palestinese non potrà dispiegare il suo potenziale finché i palestinesi non avranno pieno accesso alla loro terra e alle loro risorse, muovendosi e commerciando liberamente dentro e fuori dai propri territori”[33].

Ciò nonostante, il tessuto economico è fertile, e nel 2018 il PIL palestinese ha superato i 14 miliardi di dollari, specie grazie al settore informatico, che vale il 40 % dell’economia e occupa un terzo della popolazione – in un Paese in cui il tasso di disoccupazione è del 30%[34]. Israele, essendo un esercito invasore, non investe in infrastrutture civili, ed impedisce ad altri di farlo. Alla viglia degli accordi di Oslo (13 Settembre1993), prima che la Striscia di Gaza passasse all’Autorità nazionale palestinese, il 5% dei residenti della Striscia di Gaza e il 26% degli abitanti delle zone rurali in Cisgiordania erano senza acqua corrente; nella Striscia di Gaza il 38% era senza fogne e solo il 69% della Cisgiordania aveva elettricità per 24 ore al giorno[35].

Eppure, il passaggio all’Autorità nazionale palestinese, ha portato con sé un’ulteriore recessione, perché Israele ha iniziato a bloccare l’interscambio commerciale, specie quello dei fiori[36], vitale per la Palestina[37]. Il risultato è stato la crescente difficoltà, quasi l’impossibilità, vitale per la Palestina, di produrre in Cisgiordania e vendere sui mercati internazionali del la Striscia di Gaza, tant’è che la partecipazione di questo commercio al PIL è sceso, in 5 anni da oltre il 50% a soltanto l’8%[38]. Ulteriori restrizioni sul traffico bancario, imposte da Israele, hanno anche strozzato le entrate provenienti dalle rimesse dei lavoratori palestinesi all’estero[39], specie i proventi delle aziende fondate da giovani palestinesi in giro per il mondo e che hanno iniziato a commercializzare il proprio prodotto locale cercando di scavalcare il dedalo di ostacoli costruiti dal governo di Gerusalemme[40].

L’esempio più famoso è quello della Nablus, una famosa ditta di produzione dolciaria, la cui attività in Cisgiordania è stata via via resa impossibile da Israele: Raed Anabtawi, nipote del fondatore, ha compiuto una scelta coraggiosa, e nel 2009 ha trasferito l’azienda in Oman. Oggi la neonata Al Arz Ice Cream Company, che dà lavoro (in Oman) a 200 lavoratori palestinesi, produce ogni giorno decine di migliaia di ghiaccioli alla frutta per la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, ed ora ha iniziato, con grande successo, ad espandersi in tutto il mondo arabo, poiché ha una miscela di cioccolata belga, latte polacco, tecnologia danese e ricetta palestinese che è adorata in tutta l’Asia – in una situazione in cui gli israeliani non possono danneggiare la fabbrica o impedire agli operai di raggiungere il lavoro[41].

Da allora l’Oman è diventata la terra promessa della nuova economia palestinese, come dimostrano il successo di Al Anan Marble and Stone Company (gioielli) e Gallery Zaineb (commercio di oggetti d’arte palestinesi)[42]. Altre aziende storiche fanno invece molta più fatica, e non sempre a causa dell’occupazione: La Hirbawi di Hebron, ad esempio, dal 1961 è il principale di Kefiah[43], ed a metterla in ginocchio è stata l’industria tessile cinese, che oggi vende su scala globale Kefiah pechinese ad un decimo del prodotto originario[44]. La Anat International, che produce e vende vestiti propri ed anche vestiti di marca su licenza[45], viene strozzata dal contrabbando di prodotti taroccati che provengono dal Golfo Persico[46]. A queste aziende vanno aggiunte molte ditte, associazioni, fondazioni, ONG e consorzi, quasi tutti promossi da donne palestinesi, che in tutto il mondo vendono prodotti dell’arte e dell’antiquariato nazionale[47].

L’indipendenza economica negata

Il paziente restauro delle rovine archeologiche di Gaza, il cui sfruttamento turistico (anche a causa del disinteresse di Hamas) è riservato solo ad aziende israeliane[48]

Israele è impegnata in una lotta senza quartiere per impedire a qualsiasi livello una possibile crescita economica palestinese. Il settore energetico è condizionato dalle decisioni israeliane sulla quantità di acqua, elettricità e petrolio accessibili alla Palestina – il che rende impossibile una politica industriale. Gli sforzi fatti dalla Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale per la liberalizzazione della circolazione dei lavoratori, da soli, non bastano, finché la Palestina non sarà in grado di gestire lo sviluppo industriale – e questo nonostante Hamas stia promuovendo promovendo una politica fiscale che incoraggia i capitali esteri, che finora ha convinto soprattutto clienti giordani, da cui proviene l’80% del capitale straniero investito (quasi al 100% attraverso il microcredito) in Palestina[49].

Dopo il 1967, Israele ha emanato numerose ordinanze riguardanti la registrazione delle società, i marchi d’impresa e i nomi commerciali della Palestina. Ha stabilito le condizioni di commercio, la tipologia e l’importo di tasse, dazi e imposte doganali da pagare; ha imposto una serie di tributi ai produttori palestinesi, i quali hanno pagato fra il 35% e il 40% in più di tasse rispetto ai produttori israeliani[50]. Il mancato gettito complessivo nel periodo 1970-1987 fluttuerebbe tra una stima minima di 6 miliardi di dollari e una massima di 11 miliardi di dollari, una somma che avrebbe potuto essere investita nella creazione di un’industria indipendente[51].

A partire dal febbraio 2019, il governo israeliano ha reso effettiva una normativa che congela una parte delle tasse e dei dazi palestinesi (riscossi da Israele e trasferiti ogni mese all’ Autorità Nazionale Palestinese): la normativa consente al governo israeliano di trattenere il 5% dei 190 milioni di dollari di entrate fiscali palestinesi[52], che vengono usati come contributo alle famiglie dei detenuti in carcere in Israele per reati inerenti alla sicurezza. Israele giustifica la decisione sostenendo che quei soldi venivano usati per finanziare il terrorismo[53].

Nei Territori palestinesi la violazione dei diritti umani passa anche attraverso il turismo. A denunciarlo è il documento “Tainted tourism” (turismo corrotto) pubblicato nel marzo 2021 dalla ONG Global Legal Action Network e dal centro di ricerca olandese sulle multinazionali SOMO[54], che hanno analizzato le offerte turistiche con destinazione Israele: i tour operators israeliani incassano l’intera cifra, nonostante il fatto che circa il 40% dei siti turistici frequentati dai visitatori internazionali si trovi nei Territori occupati[55].

Ci si chiede quindi perché la comunità internazionale non si decida a fare qualcosa per salvare il popolo palestinese dall’annientamento politico, economico, sociale, culturale e fisico. Leggendo la lista delle angherie perpetrate dagli israeliani, sembra impossibile che le Nazioni Unite rimangano insensibili di fronte a questa tragedia. La risposta è nuovamente nei fatti del maggio 2021: Hamas preferisce che le cose rimangano come sono.

Invece di battersi per la pace, Hamas scatena una potenza missilistica del tutto inadeguata, sia a combattere l’esercito israeliano, sia se la si osserva dal punto di vista dei costi che questa ha per l’Autorità palestinese, al solo scopo di mantenere in questo modo la propria centralità nel sistema politico e nel controllo finanziario dei Territori palestinesi: finché si impedisce la nascita ed il fiorire di una borghesia indipendente, si impedisce la democratizzazione della cittadinanza.

La parte più retriva ed oscurantista del governo israeliano ringrazia, perché può proseguire in quello che è un vero e proprio genocidio amministrativo. Due forze egualmente ripugnanti, da cui la Palestina, senza un deciso impegno esterno, non può liberarsi. Ma se i migliori alleati di Israele, oggi, sono i capi del regime che ha torturato e straziato Giulio Regeni e migliaia di inermi cittadini egiziani, ed i loro alleati del Golfo Persico, la speranza è davvero vicina a morire.

 

[1] Occupied Palestinian Territory (oPt) – Response to the escalation in the oPt – Situation Report No. 1, 21 – 27 May 2021; https://www.timesofisrael.com/73-year-old-israeli-woman-who-fell-in-rocket-shelter-dies-of-injuries/

[2] https://www.repubblica.it/esteri/2013/07/03/news/l_egitto_a_un_passo_dal_colpo_di_stato_alle_17_scade_l_ultimatum_dei_militari-62298731/

[3] È un termine arabo che significa tregua o armistizio, https://amp.ww.it.freejournal.info/2170698/1/hudna.html

[4] Autori Vari, “Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo”, Nona edizione, Terra Nuova Edizioni, Associazione 46° Parallelo, Firenze 2019, pagina 195

[5] https://www.avvenire.it/mondo/pagine/israele-ancora-scontri-a-gerusalemme

[6] https://www.avvenire.it/mondo/pagine/israele-ancora-scontri-a-gerusalemme

[7] Haggai Matar, “Perché Israele ha scelto la violenza”, “+972 Magazine” in “Internazionale” n.1409 – 14 Maggio 2021, pagine 18-20

[8] Autori Vari, “Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo”, Nona edizione, Terra Nuova Edizioni, Associazione 46° Parallelo, 2019, pagina 195

[9] https://sicurezzainternazionale.luiss.it/2021/05/27/sessione-speciale-del-consiglio-diritti-umani-dellonu-gaza-israele/

[10] “Intanto nel mondo”, 28 Maggio 2021, https://www.internazionale.it/

[11] https://link.springer.com/chapter/10.1057/9780230106871_7 ; Beverley Milton-Edwards, “The Muslim Brotherhood: The Arab spring and its future face”, Routledge, London 2015, page 93

[12] https://carnegieendowment.org/sada/75840 ; https://www.dw.com/en/israel-egypt-meet-over-shaky-gaza-truce/a-57719557

[13] https://www.aa.com.tr/en/latest-on-coronavirus-outbreak/poverty-covid-19-add-to-plight-of-palestinian-children/2198519

[14] https://www.invictapalestina.org/archives/42302

[15] https://www.invictapalestina.org/archives/38776

[16] https://www.oxfamitalia.org/palestina-bruciati-e-abbattuti-migliaia-di-olivi/ ; https://www.oliveoiltimes.com/it/business/africa-middle-east/destruction-of-olive-trees-west-bank-palestinian-sovereignty/84810 ; http://www.infopal.it/onu-danneggiati-e-bruciati-da-coloni-migliaia-di-ulivi-palestinesi/ ;  https://www.repubblica.it/solidarieta/cooperazione/2010/10/28/news/cisgiordania_coloni_contro_palestinesi_dati_alle_fiamme_e_abbattuti_i_loro_ulivi-8510093/

[17] https://www.invictapalestina.org/archives/42576

[18] http://www.infopal.it/land-grabbing-israeliano-nei-territori-palestinesi-occupati-devastazione-ambientale-saccheggio-delle-terre-coltivate-politiche-coloniali-di-demolizione/av_rl/active

[19] http://www.infopal.it/land-grabbing-israeliano-nei-territori-palestinesi-occupati-devastazione-ambientale-saccheggio-delle-terre-coltivate-politiche-coloniali-di-demolizione/av_rl/active

[20] https://valori.it/palestina/

[21] https://www.ice.it/it/news/notizie-dal-mondo/161914

[22] https://ec.europa.eu/eu-external-investment-plan/news/launching-european-union-palestine-investment-platform_en

[23] https://www.middleeastmonitor.com/20200506-eu-gives-pa-41m-to-pay-salaries-pensions-of-workers-in-west-bank/

[24] https://valori.it/palestina/

[25] http://www.deagostinigeografia.it/wing/schedapaese.jsp?idpaese=304#

[26] https://bdsitalia.org/index.php/ultime-notizie-no-mekorot/2136-apartheid-idrico

[27] https://www.bloombergquint.com/gadfly/israel-hamas-confrontation-what-is-hamas-thinking ; https://theconversation.com/both-israel-and-hamas-are-aiming-to-look-strong-instead-of-finding-a-way-out-of-their-endless-war-160962 ; https://theconversation.com/can-the-world-stop-israel-and-hamas-from-committing-war-crimes-7-questions-answered-about-international-law-155105

[28] https://www.populationdata.net/pays/palestine/

[29] http://www.bocchescucite.org/palestina-economia-e-occupazione-dal-protocollo-di-parigi-ad-oggi-ii-parte/

[30] http://www.infopal.it/il-declino-dei-settori-produttivi-palestinesi-il-commercio-interno-come-microcosmo-dellimpatto-delloccupazione/

[31] http://www.infopal.it/il-declino-dei-settori-produttivi-palestinesi-il-commercio-interno-come-microcosmo-dellimpatto-delloccupazione/

[32] http://www.pipa.ps/page.php?id=1b8ac6y1804998Y1b8ac6

[33]  https://www.agensir.it/quotidiano/2021/2/26/coronavirus-covid-19-palestina-nel-2020-economia-contratta-del-10-12-circa-150-000-palestinesi-hanno-perso-il-lavoro/

[34] https://valori.it/palestina/

[35] http://www.bocchescucite.org/palestina-economia-e-occupazione-dal-protocollo-di-parigi-ad-oggi-ii-parte/

[36] http://ibiworld.eu/2020/09/15/il-caso-karuturi-cosi-la-crisi-delle-rose-recide-le-speranze-di-milioni-di-persone/

[37] https://www.senato.it/application/xmanager/projects/leg16/attachments/dossier/file_internets/000/006/937/81.pdf

[38] http://www.bocchescucite.org/palestina-economia-e-occupazione-dal-protocollo-di-parigi-ad-oggi-ii-parte/

[39] https://www.agensir.it/quotidiano/2021/2/26/coronavirus-covid-19-palestina-nel-2020-economia-contratta-del-10-12-circa-150-000-palestinesi-hanno-perso-il-lavoro/

https://www.senato.it/application/xmanager/projects/leg16/attachments/dossier/file_internets/000/006/937/81.pdf

[40] https://www.dw.com/en/young-palestinian-entrepreneurs-business-without-borders/a-50493101

[41] http://www.quartetoffice.org/page.php?id=5e6c7dy6188157Y5e6c7d

[42] http://www.quartetoffice.org/page.php?id=5e6c7dy6188157Y5e6c7d

[43] https://www.hirbawi.ps/

[44] https://www.corriere.it/esteri/10_luglio_17/kefiah-cinese-arafat_be63352a-916b-11df-8c13-00144f02aabe.shtml ; https://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&view=article&id=2131:kefiah-la-concorrenza-cinese&catid=41&Itemid=81 ; https://www.terrasanta.net/2010/09/le-kefiah-palestinesi-fabbricate-in-cina/

[45] https://anat-international.com/pages/about-anat

[46] https://www.palestine-studies.org/en/node/1651034

[47] https://www.palestine-studies.org/en/node/1651034

[48] https://www.terrasanta.net/2019/10/gaza-classificato-il-patrimonio-storico-archeologico/

[49] https://valori.it/palestina/

[50] https://nena-news.it/palestina-economia-e-occupazione-dal-protocollo-di-parigi-ad-oggi-i-parte/

[51] https://nena-news.it/palestina-economia-e-occupazione-dal-protocollo-di-parigi-ad-oggi-i-parte/

[52] https://www.internazionale.it/bloc-notes/francesca-gnetti/2019/05/31/collasso-economico-palestinese

[53] https://www.internazionale.it/bloc-notes/francesca-gnetti/2019/05/31/collasso-economico-palestinese

[54] https://altreconomia.it/in-palestina-la-violazione-dei-diritti-umani-passa-anche-attraverso-il-turismo/

[55] https://altreconomia.it/in-palestina-la-violazione-dei-diritti-umani-passa-anche-attraverso-il-turismo/

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