Quando un pm fischia fallo di confusione

 

 

La magistratura deve saper spiegare un’accusa in poche pagine, non sprecare volumi di centinaia o addirittura migliaia di confuse scartoffie

 

Gli ultimi dati Istat disponibili ci dicono che in Italia, nel 2017, le condanne di secondo grado per riciclaggio di denaro ‘sporco’ sono state circa 800, poco più di quelle per mafia. Il primo di questi reati è stato contestato a circa 2.600 persone, e in oltre due terzi dei casi si è arrivati al rinvio a giudizio. Visti i tempi e l’efficienza della magistratura, si sarebbe portati a credere in un risultato più che positivo. Non ne sono sicuro.

Il reato di riciclaggio, detta in parole povere, è l’investimento (o comunque l’uso) di denari acquisiti in modo criminale o illegale. Dal punto di vista logico, posso pertanto essere accusato di riciclaggio soltanto se in precedenza sono stato condannato per furto, truffa, appropriazione indebita, ricatto, evasione fiscale o per usura.

Nella stragrande maggioranza dei casi (oltre 5.300 all’anno) la magistratura usa invece l’ipotesi del reato di riciclaggio per bloccare i fondi di un cittadino che possiede un patrimonio di natura sospetta. È probabile che abbia ragione, ma occorre riconoscere che così facendo opera sulla base di un mero pettegolezzo. E se un pm opera sulla base di un pettegolezzo, di sicuro non sa fare bene il proprio lavoro di magistrato.

Quando facevo il giornalista di inchiesta, ricordo che superficialmente gioivo di queste misure, perché mi davano la possibilità di scrivere. Poi ho incontrato il procuratore di Napoli, Vincenzo Piscitelli, che mi ha dato una grandissima lezione di vita. Invece di perdersi nei mille rivoli di casi interessanti e complessi, lui mirava immediatamente al reato più evidente e andava a processo. Poi, mentre l’inchiesta proseguiva, andava a stabilire questa famosa provenienza illecita del patrimonio. Dopodiché partiva alla carica, ma senza mai suonare la fanfara, perché quel magistrato non ha mai usato il suo lavoro per ottenere un cadreghino politico.

La magistratura deve cercare la verità, non la vendetta di un popolino cieco e furibondo. E deve essere capace di spiegare (come è regola in Svizzera e in Germania) un’accusa in poche pagine, non presentando volumi di centinaia o addirittura migliaia di confuse scartoffie. Se un pm non è capace di fare questo, non può usare l’accusa di riciclaggio come il famoso “fallo di confusione” con cui alcuni arbitri fermano una mischia in area di rigore di cui non riescono a decifrare la dinamica. Perché, se lo fa, inquina la ricerca della verità e prepara un’autostrada (come dimostra la sentenza 32112/2020 della Corte di Cassazione nel caso di alcuni sospettati di mafia della Provincia di Messina) all’impunità di chi appartiene alla criminalità organizzata e sa sfruttare ogni pecca del sistema giudiziario.

Contrariamente a quanto pensavo da ragazzino, questo non è un problema di giustizia ma un problema politico di grave inefficacia e, quindi, dello sgretolamento dello Stato di diritto.

 

di Paolo Fusi

 

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